Robert Burns: una tradizione tutta scozzese

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9 febbraio 2017 di Scarpe Sciolte

Devo ammettere, senza girarci troppo intorno, che quando qualcuno trova il tempo di partecipare attivamente a questo blog mi riempie di soddisfazione.
Vuoi perchè ormai sono più di due anni che scrivo qui, e una “mano” è una cosa che mi è più che gradita ma, a dirla tutta, il vero motivo per cui gli ospiti mi fanno proprio tanto piacere è perchè il loro essere qui è indice che queste pagine sono, alla fine della fiera, meritevoli di una delle cose più preziose che hanno a disposizione: il loro tempo.

Scrivere un articolo, che sia esso scanzonato e demenziale come sono generalemente I miei, o sia analitico e a tratti anche un pò “stronzo”, come l’articolo “Wallace aveva torto”, scritto qualche giorno fa dal caro Federico, o che sia fintanto ben scritto e argomentato come Torna a casa Lassie!, che ha visto come coprotagonista il caro Omar, richiede sempre tantissimo tempo.

Vuoi per organizzare le idee, vuoi per cercare di esprimere al meglio un concetto e vuoi, cosa piuttosto rara ultimamente nel web, evitare di sparare una qualche minchiata, il tempo necessario per buttare giu un articolo è una cosa che non dovrebbe essere sottovalutata e, come è giusto che sia, andrebbe apprezzata. Ecco quindi il motivo di questa mia breve introduzione. dire grazie a chi, nel corso di questi anni, attraverso le ospitate e le scarpe sciolte del mese (che riprenderanno il mese prossimo con quel mattacchione di Francesco), hanno scelto di regalarmi qualche momento sottratto alla loro vita.

Che dire quindi, avere degli amici che reputano questo blog degno del loro prezioso tempo mi riempe il cuore di una felicità che nemmeno una tartaruga ninja di fronte ad una pizza.

Comunque, fatti i dovuti ringraziamenti vi anticipo che oggi, per la prima volta, parleremo di un argomento totalmente diverso.
Nessuna guida utile o pensiero profondo, ne politica o economia.

Oggi si parla di un evento particolarmente importante per il popolo Scozzese: La Burns supper.
Una ricorrenza che ha come fulcro il ricordare ed onorare uno dei più grandi intellettuali scozzesi di tutti I tempi: Robert Burns.

Non voglio però dilungarmi oltre visto che non sono io quello che ha avuto l’enorme piacere di partecipare ad uno di questi eventi.
Lasciatemi quindi passare la parola ad Omar che, dopo l’articolo sopra citato “Torna a casa Lassie”, torna a concedere il suo tempo al sottoscritto e, perchè no, anche a voi che state leggendo queste pagine.
Cowabunga!!!
Ste

Ciao gente! Visto che Stefano, come al suo solito, è partito per la tangente, eviterò di fare qualsiasi altro tipo di introduzione quindi, tenetevi pronti che si parte!

Tra le varie esperienze a cui non si può dire di no qui in Scozia, come darsi appuntamento sulla Royal Mile un sabato pomeriggio agostano durante il Fringe, fare una corsetta mattutina verso la cima di Arthur’s Seat, o magari avere l’imprevista visita natalizia di uno svaligiatore, possibilmente “junky”, in puro stile “Trainspotting” (questa, come si suole dire, “è un’altra storia” che l’umile narratore ha già promesso di raccontare all’illustre anfitrione di questo ameno blog), c’è anche quella di partecipare a una “Burns Supper”.

Non preoccupatevi: non si tratta di niente di contagioso e non è possibile partecipare a vostra insaputa [cosa che và parecchio di moda da qualche anno a questa parte… Ste], ma in realtà è qualcosa di estremamente piacevole, che non solo vi riempie la pancia, ma anche il cervello, o il cuore, a seconda dei punti di vista.
In buona sostanza, si tratta di una cena con cui si ricorda il poeta Robert Burns, idolo nazionale (nel senso della nazione scozzese) che si studia a scuola (ma senza l’odio e la noia che attanaglia noi italiani ogni volta che sentiamo parlare del quartetto Cetra “Dante-Manzoni-Foscolo-Leopardi”), che ha avuto vita breve (è morto a soli 37 anni), ma intensa, guardando al numero di poesie (e figli) che ha prodotto in quel breve periodo. Tra le sue opere più famose, c’è una poesia dedicata a un topo (il vostro usuale coinquilino se abitate al piano terra a Edimburgo…), diventata ormai un “must” nelle recite scolastiche (facciamo della facile ironia? Non è che possiamo noi ergerci a fulgidi esempi con le nostre cavalline storne o le gentili farfallette…), per non parlare poi dell’ode all’haggis, praticamente il “cotechino scozzese”… ma arriveremo con calma anche a quello, se avrete la pazienza di continuare a leggere le parole che questo vostro umile narratore si appresta a condividere con voi.

Cercando di essere più succinto di una diretta-fiume di Mentana dedicata alle elezioni in Mozambico, ecco qualche semplice informazione tratta dal Sacro Testo della Cultura Moderna, e cioè l’amico Wikipedia, per capire chi era questo Burns – no, non c’entra niente con i “Simpson” – di cui viene ricordata la nascita avvenuta nel 1759. Se non avete voglia di imparare qualcosa di nuovo, in occasione della prossima puntata di “Lascia o Raddoppia”, oppure non volete stupire gli amici alla prossima serata in cui giocherete a Trivial Pursuit, saltate a piè pari tutto questo paragrafo e passate al prossimo.

Burns: Il Poeta e compositore.
Il nostro ha scritto in scozzese (intesa sia come lingua che come dialetto, non troppo dissimile dall’inglese) e in inglese.
È stato tra il precursore del Romanticismo, ha scritto poesie ma anche canzoni, recuperando e adattando dei vecchi testi. Per esempio, sebbene il titolo non vi dirà nulla, avrete sicuramente sentito la sua “Auld Lang Syne”, in UK solitamente usata all’ultimo dell’anno, mentre da noi è più collegata al Natale, grazie anche alla scena finale di quel classicone che è “La vita è meravigliosa”, dove gli anziani come il sottoscritto si commuovono sempre. È anche uno degli autori più amati fuori dalla Scozia, soprattutto negli Stati Uniti, dove si possono trovare diversi riferimenti particolari. Il titolo del libro “Uomini e topi” di John Steinbeck, tomone allegrissimo dedicato agli anni della Grande Depressione, è preso da un verso del già citato “To a Mouse”. Lo stesso titolo originale del romanzo di J.D. Salinger “The Catcher in the Rye”, che quegli originaloni della Einaudi battezzarono in quella genialata che è “Il giovane Holden”, è anch’esso preso da un poema di Burns. Infine, anche quell’imprevedibile del nostro premio Nobel preferito, cioè il caro Bob Dylan, ha ammesso che tra le sue più grandi ispirazioni c’è proprio una canzone del nostro scozzesone: “A Red, Red Rose”.

Siete tornati tutti, ora che la lezione è finita? Bene, possiamo ricominciare…

Per ricordare questa figura storica, che ha infiammato i cuori degli highlander, la sera del 25 Gennaio, in tutte le parti di Scozia, ma anche del mondo, basta che ci sia uno scozzese presente, la tradizione vuole che ci si ritrovi in casa, in un pub, in un ristorante (un luogo qualsiasi, basta che si possa cucinare) per ricordare questo poeta, recitare qualche suo testo, mangiare haggis e… bere whisky, ça va sans dire!

Quest’anno per la prima volta mi sono trovato a partecipare anch’io a questo evento e devo dire che l’esperienza è stata soddisfacente… da tutti i punti di vista!

Partiamo dal dove: un ristorante a York Place, una via probabilmente famosa per essere il capolinea della linea del tram, mezzo di trasporto piuttosto controverso qui a Edimburgo, quasi quanto il ponte sullo stretto di Messina o il finale di Lost.

Ora che vi ho detto dove, credo sia doveroso dirvi “Chi”, ovvero l’organizzazione che ha appunto messo in piedi questa bella serata.
Gli organizzatori di questo evento tutto “cardi e cornamuse”, è un’associazione che frequento già da un po’, in cui la maggior parte dei partecipanti è UK (soprattutto scozzesi, a cui si sommano un paio di irlandesi e forse 1-2 inglesi), ma in cui è presente anche una certa fetta di stranieri, come il sottoscritto.
Proprio per questa ragione, ben tre persone (sulle 21 presenti), avevano la divisa d’ordinanza, nonostante la serata un po’ freddina.
Un elegante kilt, indossato con tre “mise” diverse: per il giovane trentenne una disimpegnata e sportiva camicia; per il quarantenne un raffinato gilet, mentre per l’uomo un po’ più attempato, un’elegante giacca nera.

Proprio quest’ultimo, dopo aver assaporato come drink di benvenuto un internazionale calice di prosecco [Siri, ricordami di proporre all’illustre anfitrione una possibile indagine sulle consuetudini alimentari della popolazione locale, dato che in certi ambienti, soprattutto femminili, si parla di una fantomatica “dieta del prosecco”], presa in mano la cornamusa che si era portato appositamente per l’occasione, ci ha guidato verso la sala che ci avrebbe ospitato per il nostro pasto allietandoci con alcune melodie locali.

La perfetta e oliata organizzazione ci fa trovare, ad ogni posto, un pratico foglio che anticipa lo svolgimento della serata [e che, considerata la scarsa memoria del vostro umile narratore, è stato decisamente utile per ricordare tutto quello che da li in poi sarebbe successo].

Dopo esserci seduti e aver incominciato a chiacchierare amabilmente con i vicini – i miei erano entrambi della parte non UK -, il titolato organizzatore illustra lo svolgimento della serata e introduce la lettura della prima poesia di Burns, “Selkirk Grace”, una preghiera solitamente pronunciata prima di mettersi a tavola.

Stimolati nella mente, abbiamo la pancia pronta ad affrontare la prima portata, una deliziosa minestra di porro e pollo, con qualche fungo per dare un po’ di colore, innaffiata dalle bevande di nostra scelta – io, per non saper né leggere né scrivere, vado con una classica birra scozzese, sempre per rimanere in tema: una corposa Innis & Gunn.

C’è da dire che in cucina se la prendono un po’ comoda, e grazie a questi tempi dilatati – a cui forse gli scozzesi non sono abituati, a differenza di noi italiani, per cui i pasti sono degli eventi per stare insieme e conversare e non solo per ingozzarsi di cibo, alla fine della serata il nostro titolato organizzatore riesce a spuntare che le bevande che avremmo dovuto pagare a parte siano state gentilmente e “spontaneamente” offerte dal locale.

Dopo un momento di riposo, preannunciato ancora una volta dalla cornamusa, entra con tutti gli onori un cameriere portando solennemente il piatto con l’haggis.

Per i lettori connazionali di oltre Manica di questo blog che, per un motivo sconosciuto persino ad Alberto Angela, non sanno cos’è l’haggis, credo sia necessaria un minimo di spiegazione.
Permettetemi quindi di togliere il vestito elegante delle serate di gala, per indossare un ilare cappello bianco a forma di fungo, ottenuto da Jamie Oliver, grazie a giornate a tagliare cipolle, broccoli e patate, e impartirvi una veloce e pratica lezione di cucina… nella miglior tradizione di Cristina Parodi.

Come aspetto, l’haggis può far venire in mente un cotechino: ha la stessa forma del cotechino, lo bollite in acqua proprio come il cotechino, se lo acquistate al supermercato, ma la tonalità, la consistenza e la materia prima è completamente diversa. Di colore scuro, lo si può considerare praticamente un macinato ed è composto da interiora di pecora, triturate assieme a cipolla, grasso di rognone, farina d’avena, sale e spezie, il tutto mescolato nel brodo. Ora, prima di assistere a scene scomposte, nemmeno fossimo in un film dei Monty Python e vi avessi offerto una mentina, vi posso assicurare che il sapore non è così forte come potreste immaginare dall’elenco degli ingredienti.
Se il sottoscritto, che non sopporta nemmeno l’idea di mangiare della saporita trippa in umido, come spesso viene cucinate dalle mie parti, e non riesce nemmeno a sentire l’odore del fegato perché, appunto, penserebbe di essere in un film dei Monty Python nel momento in cui viene offerta una mentina, riesce a mangiare l’haggis e a trovarlo addirittura buono… beh, i casi sono due: o i cuochi scozzesi sono il gruppo di elaboratori di pietanze più ingiustamente ignorato dai tempi di Master Chef e Carlo Cracco dovrebbe andare a tagliargli le patate a cubetti e rosolarle, infilzate su uno stuzzicadenti, sul falò che serve a bruciare il “Wicker Man”… oppure l’haggis che si mangia ora è solo un lontano parente di quello che era un tempo questo piatto.

Scritte queste intelligenti considerazioni, posso togliermi il cappello a fungo e rimettermi il vestito elegante delle serate di gala per continuare nella narrazione.

Una volta che il piatto con il sacro haggis viene appoggiato sul tavolo – manco stessimo assistendo alla rivelazione della Sacra Sindone – un altro ospite, con un affilatissimo coltello, declama la poesia di Burns all’haggis (che, stranamente, si intitola “Address to a Haggis”) e taglia in vari pezzi l’insaccato. Una volta concluso il rito, le porzioni dell’haggis vengono portate via per riassemblarle e farcele rivedere, questa volta nei nostri piatti, accompagnate da una salsa al whisky e dai classici “neeps and tatties”, cioè due purè, uno giallo l’altro arancione, uno di patate l’altro di rutabaga. Se siete tra i pochi che non sanno cos’è la rutabaga, vi consiglio di rivolgervi all’amico Internet e a suo cugino Wikipedia, perché l’illustre anfitrione incomincia a darmi delle strane occhiate, visto che il tempo e lo spazio sul server di questo blog costa, e non posso dilungarmi più di tanto con delle cose troppo ovvie.

Per poter “bruciare” bene i grassi di questo pasto piuttosto semplice e contenuto, ci versano un bicchiere di whisky, dal sapore bello torbato, e scopro di essere nel posto più fortunato della tavola perché il mio vicino franco-inglese (non so essere più preciso sulla sua nazionalità perché ho serie difficoltà a comprendere quello che mi dice, come quando mi trovai a studiare cinese in una classe formata da soli lapponi) si rivela essere astemio,  probabilmente l’unico in quella sala, e con nonchalance versa il contenuto del suo bicchiere nel mio.
Inoltre, lo sprovveduto non dimostra la benché minima considerazione di quella scienza esatta che è la superstizione, disciplina in cui noi italiani siamo maestri emeriti, e non si preoccupa di brindare con il bicchiere vuoto, prima di attaccare l’haggis con coltello e forchetta. Fossi stato in lui, non sarei stato così disinvolto a dirigermi con tranquillità verso il sol dell’avvenire, dopo quel richiamo alla sfortuna che aveva appena compiuto.

Ammetto che, nonostante le origini venete, incomincio a sentire il piacevole effetto dei diversi alcolici che stanno facendo amicizia nel mio stomaco, e mi aiutano a prepararmi al momento più temuto della serata, e cioè l’arrivo del dessert – vale a dire il “cranachan”, un dolce al bicchiere composto di panna montata, whisky, miele, more rosse, avena e accompagnato da un paio di biscottini – che sarebbe culminato nella lettura o recitazione di altre poesie effettuata dagli altri partecipanti alla cena, tra cui il vostro umile narratore.

E così si dipanano, tra i vari poemi, “The Immortal Memory”, il dialogo ricreato tra il “Toast to the Lassies”, cioè il brindisi alle donne, e la conseguente risposta “The Lassies Reply”, cioè la risposta delle ragazze, la già citata To the Mouse e, infine, la mia ode al mal di denti, cioè “Address to the Toothache. Devo ammettere che in questa improba impresa mi ero fatto prendere un po’ dalla paura di fare un’eccessiva brutta figura, pronunciando dei versi in un improbabile scozzese-italiota con venature trevigiano-bolognesi, per cui avevo concordato di poter leggere il testo in una versione in inglese, piuttosto che in scozzese stretto. Essendo un’ode al mal di denti, mi metto una mano sotto la guancia e la leggo tutta dal mio cellulare. Ah, le magie della tecnologia moderna che ti vengono in aiuto… soprattutto perché mi ero scordato a casa il foglio con il testo, in cui avevo diligentemente segnato le indicazioni dei punti in cui avrei dovuto alzare o abbassare il tono, fare una pausa, legare due versi, ecc. ecc.

La serata, complice il buon mangiare e il buon bere, è ormai giunta quasi al termine. Manca solo il momento Battisti, con una chitarra e uno spinello. La chitarra c’era, lo spinello no… ma viene sostituito piuttosto agevolmente con una cornamusa che, proprio come un jukebox, suona un po’ di canzoni a richiesta. Infine, prima di accomiatarsi, arriva il momento “commovente”, e cioè la cara “Auld Lang Syne“ intonata – se mi illudo di definire la cosa in questi termini – tenendosi tutti in cerchio, mano nella mano.
La lacrimuccia non mi è spuntata – forse perché non ho sentito nessuna campanella, segno che un angelo si è guadagnato un paio di ali – ma il piacere della serata è rimasto, e invito tutti, o voi lettori che siete rimasti fino alla fine, a provare il prossimo anno una “Burns Supper” sia che vi troviate in UK, in Italia o in qualsiasi altro luogo del pianeta: sono certo che vi riempirà la pancia, ma anche la testa e il cuore.

… E buon digestivo a tutti!

E qui finisce un bel racconto di una tradizione tutta scozzese che, anche se trasformata e rivisitata si è diffusa in tutto il mondo.

Sperando che questo articolo sia stato di vostro gradimento, vi mando un abbraccio di quelli che commuovono.

Statemi bene gente
Ste

Se grazie a questo articolo siete diventati/e delle belle persone, non siate egoisti.
Migliorate il mondo! Una condivisione alla volta!
Diffondete questo misero e sconclusionato blog a tutti! Parenti, amici, sconosciuti, gente che incontrate alla fermata del bus, al casellante della Roma-l’Aquila che ci fosse mai stata una volta che ha risposto al mio “grazie, arrivederci”.
Vabbè avete capito no? A tutti 😉

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4 thoughts on “Robert Burns: una tradizione tutta scozzese

  1. Guido ha detto:

    Ogni volta si scoprono cose nuove !
    Ben fatto. Seguo con piacere ogni racconto/aggiornamento del blog.

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  2. massimotorino ha detto:

    Scoperto da poco il sito, me lo sto godendo piano piano…ho tutto il vostro passato da recuperare…:-)

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